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Between 1550 and 1570, Faenza was probably the town with the largest number of heretics in the State of the Church. In the 1920’s, Monsignor Francesco Lanzoni analyzed this phenomenon, publishing a series of contributions that were... more
Between 1550 and 1570, Faenza was probably the town with the largest number of heretics in the State of the Church. In the 1920’s, Monsignor Francesco Lanzoni analyzed this phenomenon, publishing a series of contributions that were fundamental for the researchers who later studied heresy in the Romagna area. Lanzoni’s works, however, had footnotes that were limited and discontinuous, but above all, part of the documents that he used disappeared because of the bombing in Faenza in 1944, thus creating the problem of source checking. Starting from Lanzoni’s manuscripts and reviewing both his mentioned and unmentioned sources, this paper aims to review them in light of the progress that research on Holy Office and heresy has produced during the last century, integrating them with new documents. Based on this assessment, this paper speculates on the reasons why of such a gap between Faenza and adjacent cities (Forlì and Imola) in the spreading of heresy, highlighting the importance of the role played by the functioning and composition of the institutions, the network of patronage and the idolization of the famous local heretic Fanino Fanini.
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Revisione dei contenuti del manuale e fare Storia delle unità 3, 4, 5.
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L’intervento si propone di discutere i primi risultati di una ricerca, finanziata dall’Istituto Storico Germanico di Roma, che ha per oggetto le colonne infami nell’Italia moderna (XVI- XVIII secolo). Negli Stati italiani di antico regime... more
L’intervento si propone di discutere i primi risultati di una ricerca, finanziata dall’Istituto Storico Germanico di Roma, che ha per oggetto le colonne infami nell’Italia moderna (XVI- XVIII secolo). Negli Stati italiani di antico regime i casi di colonne infami non si limitarono all’ormai celebre episodio di manzoniana memoria. Nonostante ciò, il fenomeno resta ancora indagato in maniera molto sporadica nei singoli casi, e affatto nel suo insieme. Le sentenze che imponevano le colonne infami prevedevano la condanna a morte del reo, la confisca dei suoi beni, la messa al bando dei parenti, ma soprattutto l’abbattimento della sua casa e l’installazione, al suo posto, di una colonna (alcune ancora oggi visibili) le cui incisioni o targhe avevano lo scopo di ricordare alla collettività i reati dell’infame, a perpetua memoria. Si trattava pertanto di un metodo di giustizia che proiettava la condanna anche sui discendenti del condannato, i quali, non ereditavano beni, bensì solo il peso di un nome disonorato nei secoli, con le gravi ripercussioni economiche e sociali che ne conseguivano. Ciò aveva evidentemente uno scopo politico doppio: da una parte creare contro alcuni tipi di reato un effetto deterrente che andasse oltre il timore generato dalla sola condanna a morte; dall’altro definire gli infami come una speciale categoria di nemici pubblici da condannare in eterno. Lo scopo dell'intervento è analizzare le principali caratteristiche di una serie di casi di colonne infami inflitte tra il XVI e il XVII secolo, al fine di discutere questo genere di condanna come sistema funzionale alla costruzione dell’identità, che agì identificando casi e categorie di reati da ripudiare culturalmente, e definendo i responsabili come nemici interni, traditori, infami.
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Quando, nel 1632, il tifernate Decio Francesco Vitelli (1582-1646) venne nominato da papa Urbano VIII Barberini nunzio a Venezia per succedere a Giovanni Battista Agucchi, morto di peste nella Laguna, comprese subito le complessità... more
Quando, nel 1632, il tifernate Decio Francesco Vitelli (1582-1646) venne nominato da papa Urbano VIII Barberini nunzio a Venezia per succedere a Giovanni Battista Agucchi, morto di peste nella Laguna, comprese subito le complessità dell'incarico. È quanto sostiene Marco Albertoni nelle prime righe dell'introduzione alla recente monografia sulla nunziatura Vitelli, in cui sviluppa quella che era stata la sua tesi dottorale. Prima di addentrarsi nell'analisi del lavoro-diplomatico e pastorale-svolto dal nunzio nella Laguna per ben undici anni (1632-1643), l'autore ripercorre la storia della Nunziatura di Venezia dalla sua istituzione nel 1485 con l'invio di Nicolò Franco vescovo di Treviso, sino appunto all'arrivo del Vitelli, così come indicato nel titolo. Una premessa necessaria ai non addetti ai lavori, in cui Albertoni-grazie ad un'approfondita sistematizzazione della bibliografia presente sul tema-riesce a descrivere minuziosamente, in una sorta di cronistoria, l'evolversi delle relazioni tra Venezia e Roma attraverso il succedersi dei nunzi e dei compiti ad essi affidati dalla Segreteria di Stato pontificia. Un percorso che termina con la descrizione di quello che fu il contesto storico politico-sociale (tanto italiano quanto europeo) in cui l'azione del Vitelli si andò ad innestare: la Guerra dei Trent'anni entrava nella sua fase decisiva, con l'intervento diretto della Francia (1635), mentre nella penisola teneva banco il conflitto aperto dai Barberini nei confronti dei Farnese a causa delle mire dei primi sul ducato di Castro, mentre i rapporti tra Roma e la Serenissima risentivano ancora dell'interdetto lanciato da Paolo V nel 1606. In questo quadro articolato, Venezia-sebbene avesse nel corso dei decenni precedenti perso (al pari dell'Urbe) la propria importanza politica in ambito internazionale-rimaneva in ogni caso un centro di snodo fondamentale per persone, merci e soprattutto informazioni, in particolar modo riservate. Come dimostra lo stesso Albertoni, la fama di Venezia come città di spie e agenti internazionali tra calli e canali, era tutt'altro che immeritata. La monografia non è in nessun modo paragonabile a quanto prodotto all'interno della collana Nunziature d'Italia (progetto all'epoca sostenuto dall'Istituto Storico Italiano per l'età moderna e contemporanea, fermo ormai da decenni e che avrebbe meritato maggior fortuna), oppure in altre omologhe collane di lungo corso come le Nuntiaturberichte dell'Istituto Storico Germanico di Roma, le Acta Nuntiaturae Gallicae dell'École française de Rome in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana, o ancora le Acta Nuntiaturae Polonae dell'Accademia Polacca, solo per fare alcuni esempi. [Continua]
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